Federico Dimarco

Dimarco: “Cinque sconfitte sono troppe, ma tutte hanno alti e bassi. La doppietta emozione pura. Skriniar? Spero resti”

L’esterno nerazzurro Federico Dimarco si racconta in una lunga intervista

La prima doppietta con la maglia dell’Inter il giorno prima del suo compleanno. La partita contro il Bologna per Federico Dimarco è stata segnata dall’auto-regalo di compleanno che il numero 32 si è fatto. Di questo e della stagione nerazzurra, passando per il rapporto con i compagni di squadra e il suo amore per i colori nerazzurri ne ha parlato in un’intervista concessa alla Gazzetta dello Sport ed in edicola oggi.

«La doppietta? E’ stata un’emozione, ma non mi sono fatto un regalo da solo, il regalo è di tutta la squadra perché, al di là della doppietta, abbiamo vinto insieme ed è ciò che conta».

Fedrico Dimarco
Fedrico Dimarco

In Champions super, ma in ritardo in campionato: ci spiega il perché di questa altalena?
«È giusto che la gente critichi per le 5 sconfitte in A, che sono troppe, ma mancano tante partite. E, tralasciando il Napoli che ora sta benissimo, le altalene le hanno anche le altre: siamo tutte lì, non è solo e sempre l’Inter in crisi…».

Ma c’è ancora tempo per recuperare dalla vetta?
«La Juve una volta ha già rimontato 11 punti… E poi pensiamo all’anno scorso: eravamo a +8 e poi abbiamo visto come è finita. Può succedere di tutto, nel calcio non si sa mai. Non sarà facile, ma posso dire che daremo il 100% per arrivare più in alto possibile».

Di quei 5 k.o., due con le rivali storiche: ha fatto più male quello con il Milan o con la Juve?
«La sconfitta col Milan, e mi è davvero difficile dirlo…, è stata meritata. Con la Juve no: l’avevamo in mano, non ci hanno certo dominato. Ma ci prendiamo le nostre responsabilità perché abbiamo perso per colpa nostra».

Cosa ha provato quando hai visto la parola “Porto” nell’urna della Champions?
«Non era la più facile, non esiste “la più facile”. Era la migliore da pescare, quello sì. Ma dovremo affrontarlo al massimo come fosse il City o il Chelsea».

Tale Roberto Carlos ha detto che lei è un vero talento: significherà qualcosa…
«Certo, è bello sentirlo dire da un giocatore che ha fatto la storia del calcio, nel mio stesso ruolo poi».

Quanto è stato difficile andare in prestito per tanti anni?
«Quando esci dal settore giovanile, devi fare i tuoi i step di crescita. Io penso di averli fatti e di essere arrivato all’Inter, per restare, al momento giusto. Se sono diventato il giocatore che sono, devo ringraziare tutti i tecnici che ho avuto. Ma uno su tutti…».

Per caso allena il Toro?
«Juric mi ha formato al 100%, in tutto per tutto. Mi ha completato, nel fisico, nel ruolo. E soprattutto nella testa, parlo del modo di approcciare le partite e di restare sempre concentrato».

Adesso il dubbio sembra sciolto: lei è un esterno. Ma come ha vissuto l’essere sospeso a lungo tra difesa e centrocampo?
«Nel secondo anno a Verona ho fatto i primi sei mesi da quinto di centrocampo e poi gli ultimi sei da terzo di difesa. Ero già abituato ad alternare… Prima di giocare in Nazionale l’ultima volta, stavo più spesso dietro, però io mi sento più un esterno di fascia».

Gli ultimi exploit in Nazionale ha fatto cambiare la percezione che molti avevano di lei?
«Quelle gare mi hanno dato una mano: arrivavamo da un periodo non buono e ho approfittato della sosta per staccare e concentrarmi su ciò che non funzionava. Quando sono tornato, avevo la mente più libera: lì ho svoltato».

Federico Dimarco
Federico Dimarco

“Senza Perisic, sulla fascia dell’Inter c’è il vuoto”: le ha dato fastidio ascoltare queste parole?
«No, perché Ivan l’anno scorso ha fatto una stagione straordinaria: era “ingiocabile”… L’avevo conosciuto quando era appena arrivato poi, quando l’ho rivisto dopo anni, era un altro, a un livello unico».

Quanta pressione dà giocare per la squadra che si ama?
«Beh, a pesare sono altre cose. Il fatto di scendere in campo con lo stemma dell’Inter sul cuore è, semplicemente, la cosa più bella del mondo. Né più né meno».

Ma come è fatto questo Dna interista per davvero…?
«Io posso raccontarvi solo del mio tifo che nasce in famiglia: neanche ricordo la prima a San Siro, avrò avuto tre anni. Da lì ho iniziato a seguire l’Inter ed è diventata, in senso buono, una droga. La mia passione. Giocavo il sabato o la domenica mattina, poi dritto allo stadio. L’ultimo anno in cui ho frequentato tanto era il ‘10: col Barça in semifinale ero al primo verde, mai visto il Meazza vibrare così».

E a Madrid c’era pure?
«Lasciamo stare… Avevo un torneo, non sono potuto andare. Troppo facile dire che, un giorno, una finale di Champions vorrei giocarla io con questa maglia».

Interista e milanese: accoppiata rara. Come vive la città?
«Sono cresciuto in Porta Romana, era il mio mondo, al massimo andavo in centro, anche se da subito i tanti allenamenti non mi permettevano di girarla molto. Ma negli anni l’ho vista cambiare: si è evoluta, è cresciuta. Per me è la città più bella di tutte».

Con chi ha più legato?
«Con tutti, siamo veramente un bel gruppo. Se dovessi fare dei nomi, direi Barella, Bastoni, Skriniar, Cordaz, Handa, Darmian, Acerbi, Brozo, Dzeko, Micki… E Lukaku che batto sempre alla play».

A proposito, a gennaio vedremo finalmente il vero Romelu?
«Spero e penso di sì. Chi ha avuto così tanta voglia di tornare, ha molto da dimostrare ai compagni e alla gente. Però pure Dzeko, Lauti e Correa stanno facendo bene».

Skriniar le ha detto se firma?
«Parlo di tutto con lui, tranne che di questo. Sono scelte sue. Deve stare tranquillo perché è fortissimo. Ha dimostrato sul campo quanto sia decisivo per noi».